

L'oro della Terra
&
Tempo Prezioso
Il progetto culturale nasce dalla profonda riflessione riguardo l'importanza della equa distribuzione delle risorse, tema questo fondamentale per la creazione di una società giusta, ed evoluta. Una distribuzione equa non si limita a garantire a tutti l'accesso a risorse basilari come acqua e cibo, ma promuove uno sviluppo che tenga conto dei bisogni e delle capacità di ogni comunità.
Distribuire equamente le risorse è essenziale per garantire che lo sviluppo economico e sociale sia sostenibile nel lungo termine, evitando la concentrazione di ricchezza e potere che può portare a disuguaglianze e conflitti. Ciò contribuisce alla creazione di una società più coesa, in cui tutti si sentono inclusi e hanno le stesse opportunità di accedere ai servizi e ai benefici.
Questo garantisce il soddisfacimento dei bisogni essenziali, e favorisce anche il benessere collettivo, migliorando la qualità della vita di tutti.
Una gestione efficiente delle risorse, che si basa su una distribuzione equa, permette di ottimizzare l'utilizzo dei beni più preziosi del nostro pianeta, contribuendo alla loro salvaguardia e all'avanzamento verso un modello di sviluppo sostenibile.

Pavel Florenskij e l’Oro
Nel folgorante saggio "Le porte regali" che Florenskij scrive nel 1922, si dilunga sul significato dell’oro che, secondo lui, appartiene a una distinta sfera dell’essere, perché ha tono ma non colore, essendo pura riflessione: "[Lo sfondo dell’icona] è luce, per parlare iconicamente. Attiro la tua attenzione su questo termine importante: l’icona si dipinge sulla luce e di qui, come mi sto sforzando di chiarire, emerge tutta l’ontologia della pittura d’icone. La luce, come vuole la migliore tradizione dell’icona, si dipinge con l’oro, cioè si manifesta appunto come luce, pura luce, non come colore. Più precisamente, ogni rappresentazione emerge in un mare di dorata beatitudine, lavata dai flutti della luce divina.
Nel suo grembo “viviamo e ci muoviamo ed esistiamo”, questo è lo spazio della realtà autentica. E perciò si capisce che sia normativa per l’icona la luce dorata: qualunque colore tirerebbe verso terra l’icona e attenuerebbe la visione che essa manifesta".
Nell’icona l’eterno prende corpo e volto, emergendo dall’oro , e nell’oro il cuore contempla la vera pace. Nel buio del lager si spera che quella luce, anche se solo per un rapido bagliore, abbia potuto riapparire a quell’uomo grande e piegato.
Oro, lo ritroviamo anche come titolo del suo ultimo e non ultimato poema, in questo caso,
Oro, è la radice del vocabolo oroceno, popolo di etnia mongola dell’estremo oriente siberiano, incarnazione poetica del figlio lontano a cui il pensiero struggente si avvince. Oro come il metallo prezioso ma soprattutto come la luce eterna dal cui fondo emergono le immagini delle icone, manifestano concreta dell’Invisibile nel visibile, vicinanza e insieme lontananza del sacro, del divino. Epifania del Mistero e della Bellezza. Ancora una volta ci avviciniamo alla grandiosa figura di Pavel Florenskij tra ammirazione e stupore, per lui che è stato definito il Leonardo russo, sacerdote ortodosso, matematico, scienziato, teologo, scrittore, poeta, che nel 1934 viene imprigionato nel gulag sovietico delle isole Solovki, un arcipelago in prossimità del circolo polare artico. Fino a quel fatidico 8 dicembre 1937, quando viene fucilato, all’età di cinquantacinque anni, nei dintorni di Leningrado, oggi San Pietroburgo.
Per la prima volta viene presentato e tradotto in italiano e in una lingua europea, l'ultimo testo scritto da Florenskij, il poema Oro, scritto mentre è internato nell’inferno del gulag. Un vero e proprio 'poema testamentario', dedicato al figlio minore Mik (Michail 1921-1961).
Oro è il canto di un padre, chiuso in un lager sovietico dal quale non uscirà mai più, per il giovane figlio che si affaccia alla vita, con l’idea, con la paura di immaginare suo figlio che sarebbe diventato orfano.
Ma non c’è solo dolore, paura, con quello sguardo che arrivava dritto dall’inferno. Proprio in quell’esistenza incuneata nell’incubo concentrazionario il poeta invita il figlio ad affrontare l'esistenza con gli strumenti della curiosità, della concretezza, dell' attenzione e in definitiva dell’amore per l’esistenza stessa, che non si lascia definire e che sfugge ad ogni logica.
'Purtroppo, un noto grido / Dell’anima suona pure qui, nel fitto / bosco / Ma non importa quanto sia triste / Quanto sia penoso. La grandezza nel futuro / Non cambia ciò che ci è dato / Ora, adesso, ogni giorno. / Solo un’ombra fantasmatica / Cresce e si tende alquanto più lunga / Al tramonto dei nostri giorni. / Getto, gemma, fiore e frutto, / Tutto vive della propria gioia, / Una identica bellezza delizia gli occhi. / Non aspettare ma godi ora', questi versi rivolti appunto al ragazzo-Oro che non deve lascirsi sopraffare dalla tristezza e dalla paura, godendo della piccola o grande gioia che comunque ci è data da vivere.
Oro è ora pubblicato in italiano, grazie all’editore Nino Aragno; questa preziosa edizione è curata da Lucio Coco, uno dei maggiori esperti del filosofo russo. E proprio lo studioso definisce quest’opera un 'poema pedagogico', partendo da un fatto innegabile, ossia la tragedia di un padre assente perché internato dalle autorità sovietiche, e di un figlio che che vive l’assenza del padre.
L’amore del padre è forte, tenace, ma impotente, non nutrito di gesti reali, concreti, segnato sempre dalla disperazione e dall’ombra della sopraffazione e della morte. 'Tu hai visto la luce, povero Mik / Quando tuo padre, in un momento di / torbidi, / Si salvò solo fuggendo e vivendo, Murato tra tombe”. E ancora, “Sono trascorsi anni tristi. / Ma mai, mai / Tuo padre si è dimenticato di te, / Mio piccolo fragile uccellino. / Io sono stato sempre pronto a strapparmi / Il cuore, purché la pace e la calma / Ti avvolgessero'.
Florenskij prova ad affiancare da lontano il cammino del figlio mentre comincia a vivere. E la voce così un poco incrinata arriva da molto lontano, dal mondo separato delle isole Solovki, dove è stato internato dal febbraio del 1933, e proprio qui Pavel Florenskij si mette a studiare il ghiaccio e riesce ad avere la visione della bellezza anche in quella gelida fissità. Il 27 novembre, al figlio Mik, Florenskij scrive di fiumi che 'ghiacciano fino al fondo', di 'bellissime cascate di ghiaccio, come nel Regno addormentato'. Stupore e contemplazione, acqua che crea fantasmagorie e che purifica.
La fede, il rivolgersi a Dio è spontaneo quanto doloroso, perché non è facile sentire la Sua presenza nel buio del lager, quando l’ombra della morte si sta addensando sempre più velocemente. Eppure proprio in quel suo modo di guardare alla realtà, quel suo ostinato desiderio di lasciare un messaggio d’amore da consegnare al figlio, e in fondo a tutti i ragazzi che avrebbero rifondato il mondo, è una preghiera.

Pavel Florenskij e il Tempo
La sua vita e la sua opera rappresentano un ponte fra la razionalità scientifica e la profondità spirituale, un tentativo di riconciliare il pensiero logico con la dimensione mistica dell’esistenza.
Ma ciò che colpisce, tra le tante sfaccettature del suo pensiero, è il modo in cui Florenskij concepisce il tempo — non come una semplice successione di istanti, ma come una realtà intrisa di valore morale e spirituale, un dono da custodire.
Per Florenskij, il tempo non è una linea piatta, né un fluire cieco che trascina gli uomini verso la fine. Esso è un tessuto vivente, che collega la memoria del passato, l’esperienza del presente e la tensione verso l’eterno. Il tempo, diceva, è il luogo in cui l’uomo incontra Dio. Ogni istante contiene una possibilità di significato, e sprecarlo equivale a rinunciare a una parte di sé. In questo senso,
il tempo non è una risorsa da “gestire”, ma una dimensione sacra da abitare con consapevolezza. Florenskij visse questa concezione in modo radicale, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, trascorsi nei gulag sovietici.
Anche nel gelo e nella privazione, egli non smise di lavorare, scrivere, osservare, pensare. In quelle condizioni estreme, il tempo — spogliato di ogni distrazione e convenzione sociale — divenne per lui una moneta spirituale, un bene prezioso da spendere per la verità.
Ogni giorno era un’occasione per mantenere viva la dignità umana, per coltivare la bellezza del pensiero, per testimoniare la libertà interiore.
Nelle sue lettere dal confino, Florenskij scriveva con calma e precisione, come se il tempo stesso gli appartenesse ancora, nonostante fosse imprigionato.
È in questa attitudine che emerge il suo insegnamento più profondo: il valore del tempo non dipende dalle circostanze, ma dal modo in cui lo viviamo. Anche un istante può contenere l’eternità, se è vissuto con amore, concentrazione e presenza.
Oggi, nell’epoca della velocità e della distrazione, il pensiero di Florenskij risuona come un invito alla resistenza spirituale.
Recuperare il senso del tempo significa riconoscere la sua densità, la sua capacità di trasformare la nostra percezione della realtà.
Non si tratta di “fare di più”, ma di abitare pienamente ciò che facciamo, restituendo al tempo il suo valore originario: quello di essere il luogo dell’incontro tra l’uomo, il mondo e l’eterno.

ZOLOTO
L'oro tra il Sacro e il Profano
Mostra personale di Alexander Ozerski
Hotel de la Ville - 2024 - Parma


Fin dall’antichità, l’oro ha avuto un ruolo fondamentale nell’economia, nella politica e nella cultura di molte civiltà. l’oro era il metallo prescelto per creare gioielli; era tenuto in gran considerazione poiché esso era raro, non si rovinava ed era molto malleabile, poteva essere lavorato con facilità; Una delle civiltà più antiche che hanno prodotto magnifici gioielli in oro è stata quella degli antichi egizi che hanno realizzato con grande maestria orafa: bracciali, pendenti, collane, anelli, orecchini, diademi, ornamenti per la testa, ornamenti pettorali e collari d’oro, oltre che finimenti per i cavalli, vasellame e statue e molto altro.